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San Romedio
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Santuario di San Romedio nella Val di Non


San Romedio è costruito su uno sperone roccioso che si affaccia su una profonda gola dalle pendici boscose. Il santuario dedicato a San Romedio è in realtà formato da sei chiese, realizzate una sopra l'altra nel corso dei secoli e collegate fra loro da ripide rampe di scale. Secondo la tradizione, sulla sommità di questa rupe si fermò Romedio, nobile tirolese signore del Castello di Thaur il quale, di ritorno da un pellegrinaggio a Roma, spogliatosi dei suoi averi, decise di ritirarsi in una grotta per condurvi vita da eremita. Alla sua morte l'austera dimora venne trasformata in chiesetta, meta di devozione e pellegrinaggi. 

       


La diffusione del culto di San Romedio è documentata a partire dal secolo XI; di epoca romanica è la parte più antica dell'edificio, decorato da un portale con Crocefisso e testine in pietra e da affreschi duecenteschi, probabilmente opera di artisti originari della vicina Valle Venosta. Nel corso del '400 e '500 si costruirono le altre cappelle, scendendo a basso lungo la roccia, mentre settecenteschi sono la scalinata e l'aspetto attuale del corpo di fabbrica, nonché la decorazione barocca di alcuni ambienti, come la cappella dedicata a San Michele. Contemporaneamente crebbe la devozione dei fedeli, testimoniata da più di un centinaio di ex voto che ancor oggi ornano le pareti del santuario. Si tratta soprattutto di dipinti di piccole dimensioni, eseguiti quale ringraziamento per grazia ricevuta, e che spesso ritraggono San Romedio come un eremita accompagnato dall'orso, sua tradizionale cavalcatura. Fra le fonti che raccontano le vicende di San Romedio, la più antica è quella redatta dal frate

    

domenicano Bartolomeo da Trento che, verso il 1240, compilò una raccolta di vite di santi seguendo il genere letterario agiografico, reso famoso pochi decenni dopo dalla Legenda aurea di Jacopo da Varazze. Narra dunque Bartolomeo del giovane Romedio, signore del Castello di Thaur, in Tirolo, rimasto solo al mondo e unico erede di grandi ricchezze. Allevato dalla madre secondo i precetti della fede, decide di rinunciare ai beni terreni per dedicarsi alla sequela di Cristo, recandosi, insieme a due compagni, in pellegrinaggio a Roma. Lungo la strada fa tappa a Trento, dove è affettuosamente accolto dal vescovo Vigilio, a cui Romedio fa una cospicua donazione. Al ritorno, Romedio si reca sicuro in val di Non, dove, a pochi passi dal luogo del martirio di Sisinio, Martirio e Alessandro, decide di stabilire la sua dimora di eremita. Un giorno, mentre il cavallo del santo sta pascolando, viene

        

attaccato e sbranato da un orso bruno. Romedio, bisognoso di un mezzo di trasporto per recarsi a Trento in visita al Vescovo Vigilio, non si perde d’animo e, con l’aiuto della preghiera e di un discepolo, mette i finimenti all’orso che, d’ora in poi, sarà sua docile e fedele cavalcatura. Se si esclude l’incongruenza cronologica dell’amicizia fra San Vigilio (appartenente ad un periodo molto anteriore) e San Romedio, gli altri elementi della leggenda sono vivi ancor oggi nell’iconografia tipica del santo, raffigurato spesso in abiti da eremita, con il bastone del pellegrino e a cavallo di un orso. A parte i tratti leggendari, la figura storica del nobile tirolese che si fa eremita in Anaunia è da collocare nella seconda metà del sec. XI.

 

Una delle testine in pietra incise
sul portale di epoca romanica
che si trova nella parte più antica dell'edificio
del Santuario dedicato a San Romedio

 

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